Asili nido ad Assisi, il privato accende il confronto: “Quale impatto sulle strutture del territorio?”
La riflessione di un cittadino, genitore di una gestrice di un nido privato, sul potenziamento dell’offerta comunale: "Servono programmazione, confronto e un vero sistema integrato tra pubblico e privato"

Il potenziamento dell’offerta di asili nido pubblici riapre il confronto sul rapporto tra servizi comunali e strutture private che operano nel settore della prima infanzia. Gli investimenti legati anche alle risorse del PNRR hanno consentito e consentiranno di ampliare la disponibilità di posti, ma parallelamente si pone il tema dell’impatto che l’espansione dell’offerta pubblica può avere sulle strutture private già presenti sul territorio.
A intervenire è un genitore di una gestrice di un nido privato e, al tempo stesso, un cittadino, che attraverso questa lettera intende porre l’attenzione sulla necessità di una maggiore programmazione complessiva del servizio. Al centro della riflessione ci sono la domanda effettiva di posti, l’offerta già disponibile nel privato, il possibile arrivo di iscrizioni da parte di famiglie residenti nei comuni limitrofi e le conseguenze economiche che le nuove strutture pubbliche possono produrre sulle attività private già operative.
Da qui nasce la richiesta di aprire un confronto più strutturato tra amministrazione e gestori privati, con l’obiettivo di costruire un sistema realmente integrato, nel quale il sostegno alle famiglie non passi necessariamente soltanto attraverso l’ampliamento dell’offerta pubblica, ma possa comprendere anche strumenti che permettano alle famiglie di scegliere tra servizi pubblici e strutture private accreditate. Di seguito pubblichiamo integralmente la lettera, lasciando all’autore la responsabilità delle considerazioni e delle valutazioni espresse.
“Da genitore di una gestrice di un nido privato, e da cittadino, è difficile non provare una certa indignazione davanti alle politiche che l’attuale amministrazione sta mettendo in campo nella gestione degli asili nido pubblici. Sia chiaro: nessun quesito sugli investimenti per la realizzazione di nuovi asili attraverso le risorse del PNRR. Investire sull’infanzia, sulle famiglie e sui servizi educativi è una scelta che non può che essere condivisa.
Il problema nasce quando, accanto all’investimento pubblico, manca una vera valutazione dell’impatto che determinate decisioni producono sul territorio. Prima di aumentare o ampliare l’offerta pubblica, sarebbe stato quantomeno doveroso chiedersi: quanti sono realmente i bambini residenti che necessitano di un posto al nido? Quanta è la domanda effettiva? Quanti posti sono già disponibili nel privato? E, soprattutto, quanto l’offerta pubblica è destinata ad intercettare una domanda proveniente anche dai comuni limitrofi?
Perché quando il Comune entra sul mercato dei servizi alla prima infanzia con strutture pubbliche o gestite in partnership con il pubblico, offrendo rette più convenienti rispetto agli operatori privati, non sta semplicemente “preservando la socialità”. Sta inevitabilmente modificando gli equilibri di un mercato locale nel quale operano imprese, cooperative e professionisti che investono risorse proprie e danno lavoro a cittadini del territorio.
Da una parte si parla di sostenere l’economia locale, dall’altra si rischia di mettere in difficoltà attività private che svolgono esattamente lo stesso servizio che il pubblico intende potenziare. Non è una questione di essere “contro il pubblico”. È una questione di equilibrio, programmazione e responsabilità amministrativa.
Perché se una struttura privata perde iscritti perché le famiglie vengono orientate verso un’offerta pubblica economicamente più vantaggiosa, qualcuno dovrebbe spiegare quale sia il reale beneficio complessivo per il territorio. Soprattutto quando, come viene raccontato da diverse famiglie, arrivano contatti direttamente da strutture pubbliche o in partnership con il pubblico per promuovere l’iscrizione dei bambini.
Il Comune dovrebbe garantire servizi, non necessariamente sostituirsi a chi quei servizi li offre già, soprattutto quando si tratta di attività gestite da residenti che investono sul territorio, pagano tasse e contributi e producono occupazione. Si poteva e si può ancora ragionare su un sistema nel quale il pubblico finanzi la domanda, sostenga le famiglie e consenta loro di scegliere liberamente tra strutture pubbliche e private accreditate. In questo modo si aiutano le famiglie senza trasformare il Comune in un concorrente degli imprenditori locali.
Ma c’è un’altra domanda che merita una risposta: perché questa interlocuzione non è mai stata avviata prima? Perché negli ultimi dieci anni, prima di arrivare alla scelta di investire in modo così significativo sull’offerta pubblica, le amministrazioni che si sono succedute non hanno ritenuto necessario aprire un confronto strutturato con i gestori privati dei nidi del territorio? Perché non si è cercato di capire quali fossero le loro difficoltà, quali strumenti potessero sostenerne l’attività e come costruire un sistema integrato pubblico-privato capace di rispondere alla domanda senza mettere in difficoltà chi già garantiva questo servizio?
È difficile parlare oggi di sistema integrato quando per anni il privato è stato lasciato sostanzialmente solo e poi si è trovato a dover competere con lo stesso soggetto pubblico che avrebbe potuto, prima, ascoltarlo e coinvolgerlo. La parola magica non dovrebbe essere “pubblico”. Dovrebbe essere programmazione. Perché un’amministrazione lungimirante non dovrebbe chiedersi soltanto quanti nuovi posti al nido riesce ad aprire.
Dovrebbe chiedersi anche quante attività private rischia di far chiudere, quanti posti di lavoro mette in discussione e quale costo economico produce una scelta apparentemente virtuosa. La socialità è importante. Ma anche l’economia del territorio lo è. E forse, prima di parlare di nuovi posti, sarebbe opportuno cominciare a parlare di numeri, domanda reale e sostenibilità. Perché il conto degli errori di programmazione, prima o poi, arriva sempre. E a pagarlo non è mai soltanto il Comune.”
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