Liste d’attesa, la prova dei fatti: la sanità umbra ha davvero cambiato passo?
Più di un anno dopo le elezioni regionali, tra promesse ambiziose e la realtà di cittadini che continuano a fare i conti con attese lunghe e soluzioni temporanee

(Stefano Berti) A più di un anno dalle elezioni regionali in Umbria, la domanda resta sospesa e continua a rimbalzare nei corridoi degli ospedali e negli ambulatori territoriali: le liste d’attesa nella sanità sono davvero diminuite?
In campagna elettorale la promessa era netta e centrale nel dibattito pubblico. Ridurre i tempi per visite specialistiche ed esami diagnostici, riorganizzare le agende, potenziare il personale sanitario, semplificare le procedure di prenotazione e garantire maggiore trasparenza sui tempi effettivi. Un impegno presentato come prioritario e urgente, quasi come il simbolo di una nuova fase per il sistema sanitario regionale. La sanità, del resto, era stata indicata come il banco di prova decisivo dell’intera legislatura.
Oggi, però, il riscontro concreto per molti cittadini appare meno chiaro. Chi prova a prenotare una visita cardiologica, una risonanza magnetica o un’ecografia racconta spesso di settimane, talvolta mesi di attesa. In alcuni casi le agende vengono aperte con nuove disponibilità, magari grazie a sedute straordinarie o al recupero di prestazioni arretrate, ma l’impressione diffusa è che si tratti di interventi episodici, legati a picchi di pressione o a specifiche situazioni critiche, più che di un cambiamento strutturale e stabile nel tempo.
Il nodo centrale resta proprio questo: si è avviata una riforma organizzativa profonda oppure si stanno semplicemente tamponando le emergenze? La riorganizzazione delle agende, ad esempio, richiede un sistema informativo efficiente, una distribuzione omogenea delle prestazioni sul territorio e un monitoraggio costante dei tempi reali. Senza questi strumenti, ogni miglioramento rischia di essere parziale o temporaneo.
Le criticità strutturali sono note da anni. La carenza di personale medico e infermieristico pesa in modo significativo, soprattutto in alcune specialità. I pensionamenti non sempre vengono compensati da nuove assunzioni, e i tempi dei concorsi pubblici non aiutano a colmare rapidamente i vuoti. A ciò si aggiunge l’aumento della domanda di prestazioni, legato all’invecchiamento della popolazione e al recupero di visite ed esami rimandati durante gli anni più difficili della pandemia.
C’è poi il tema dell’equilibrio finanziario delle aziende sanitarie. Ogni scelta organizzativa – dall’ampliamento degli orari di ambulatorio al ricorso a prestazioni aggiuntive – comporta costi che devono essere sostenuti senza compromettere i conti. In questo contesto, la riduzione stabile delle liste d’attesa richiede non solo volontà politica, ma anche risorse adeguate e una programmazione di medio-lungo periodo.
Un altro elemento riguarda la percezione dei cittadini. Anche laddove i dati ufficiali dovessero registrare miglioramenti su alcune prestazioni o in determinate aree, ciò che conta politicamente è l’esperienza concreta delle persone. Se chi prenota continua a incontrare difficoltà o a rivolgersi al privato per abbreviare i tempi, il messaggio che passa è che il problema non sia stato realmente risolto.
Il punto politico, allora, è semplice ma cruciale: rispetto alle promesse fatte, il risultato è percepibile? Esiste un cambio di passo evidente, misurabile e diffuso su tutto il territorio regionale? Per molti umbri la risposta, almeno per ora, non appare così evidente. La sanità era stata indicata come la priorità assoluta; proprio per questo le aspettative restano alte.
Il banco di prova, a più di un anno dal voto, è ancora aperto. E nei prossimi mesi sarà decisivo capire se gli interventi messi in campo riusciranno a trasformarsi in un miglioramento strutturale e duraturo o se le liste d’attesa continueranno a rappresentare uno dei principali nodi irrisolti della sanità umbra.
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