Pronto Soccorso di Perugia, la denuncia di un figlio: “Mia madre anziana lasciata sola, senza cure né dignità”
Una testimonianza indirizzata anche alla Presidente di Regione, che non punta il dito contro singoli operatori sanitari – anzi, più volte definiti “gentili ma stremati” – bensì contro un sistema “al collasso”
Ore interminabili su una barella, nessuna assistenza adeguata, carenze igieniche e una dignità messa a dura prova. È una denuncia dura e circostanziata quella indirizzata anche alle redazioni del gruppo editoriale Assisi News da un lettore umbro, che racconta l’esperienza vissuta dalla propria madre, 84 anni, fragile e affetta da gravi patologie, al Pronto Soccorso dell’ospedale di Perugia.
Una testimonianza che non punta il dito contro singoli operatori sanitari – anzi, più volte definiti “gentili ma stremati” – bensì contro un sistema che, secondo il racconto, non riesce più a garantire nemmeno l’assistenza di base alle persone più vulnerabili.
Il caso solleva interrogativi profondi sullo stato della sanità pubblica regionale, tema centrale anche nel programma della nuova Presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti, direttamente chiamata in causa nella lettera.
Quanto accaduto non viene descritto come un episodio isolato, ma come il “volto nascosto” di un’emergenza quotidiana: “Pazienti anziani, non autosufficienti, lasciati per ore – a volte per giorni – in Pronto Soccorso e poi in reparto, senza cure igieniche complete e condizioni minime di umanità”.
La domanda che emerge, forse la più inquietante, è semplice e disarmante: “Che fine fa chi è solo, chi non ha familiari, chi non può permettersi un’assistenza privata?”.
Di seguito pubblichiamo integralmente la lettera, affinché le istituzioni e l’opinione pubblica possano leggerla senza filtri.
La lettera
“All’attenzione della Presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti, eletta anche grazie a un programma che metteva al centro la sanità.
Ieri ho portato mia madre al Pronto Soccorso di Perugia. Ha 84 anni, gravi patologie in corso e sintomi importanti, soprattutto vista l’età.
Risultato: codice verde alle 15:00 e abbandono totale. Prima visita alle 21:00, poi più nulla.
Lasciata su una barella in una stanza con altre dieci persone, senza che nessuno le fornisse il minimo indispensabile: niente mascherine, niente acqua, niente cibo. Nemmeno un biscotto, un frutto, un succo. Nulla, ma neanche una carezza, un “come sta signora?”. Un sorriso. NULLA.
Mia madre ha problemi di incontinenza e necessita di assistenza continua. È stata cambiata in modo approssimativo, senza vere cure né attenzione.
Durante la notte l’hanno cambiata davanti a tutti, senza alcuna privacy, come se la dignità di una persona anziana non contasse più niente.
Non c’erano nemmeno le coperte: solo un lenzuolo.
Alcuni familiari hanno dovuto portarle da casa. Denuncio formalmente questa situazione.
Il Pronto Soccorso di Perugia, così com’è gestito, è inaccettabile.
E preciso: non accuso tutto il personale, che so essere sotto pressione e spesso lasciato solo.
Accuso un sistema che permette che un’anziana fragile venga trattata in questo modo.
Questa non è sanità. È abbandono.
Chiedo rispetto, umanità e interventi concreti.
Per mia madre e per tutte le persone che non hanno voce”.
E poi ancora, la testimonianza – diffusa anche via Social – continua:
“La donna sulla barella potrebbe essere chiunque: una Madre, un Padre, una Nonna, una Zia. In questo caso è mia Mamma. Ma la sua storia rappresenta quella di tante persone fragili che ogni giorno entrano nel Pronto Soccorso dell’ospedale di Perugia e restano per ore, a volte per giorni, in condizioni che mettono a dura prova la dignità umana.
Mia Madre ha trascorso oltre 24 ore su una barella in Pronto Soccorso prima del ricovero. Una situazione già pesante per una persona anziana e provata. Ma ciò che emerge nei giorni successivi è ancora più preoccupante.
Dopo quattro giorni di degenza in reparto, mi accorgo che la parte superiore del corpo non viene lavata. Non per cattiva volontà del personale, anzi: gli O.S.S., le Infermiere, i dottori, tutti nel reparto sono gentili, ma stressati dal lavoro eccessivo e da una carenza strutturale.
Gli operatori lo spiegano con sincerità: “Non possiamo garantire l’assistenza igienica completa. Riusciamo solo per la parte inferiore. Per il resto devono intervenire i familiari o assistenti privati.”
Una frase che lascia senza parole.
Non si parla di comfort, ma di igiene, dignità e cura di base. Se lo avessi saputo prima, mi sarei organizzato immediatamente. Per mia madre farei qualunque cosa. Ma il punto non è questo.
È giusto che in un ospedale pubblico un paziente non autosufficiente debba dipendere dalla presenza dei familiari o da servizi a pagamento per essere semplicemente lavato?
La domanda diventa inevitabile e scomoda:
cosa succede a chi non ha nessuno?
A chi è solo?
A chi non può permettersi un’assistenza privata?
Rivolgo una riflessione alla Presidente della Regione Umbria e a chi governa la sanità regionale: se fosse vostra Madre, vostro Padre, un vostro familiare fragile, accettereste una situazione simile? O voi, come spesso accade, vi affidereste a strutture private?
Qui non si accusa il personale, che lavora in condizioni difficili e con risorse limitate. Qui si denuncia un sistema che rischia di trasformare la cura in sopravvivenza.
Scrivo come figlio, prima ancora che come cittadino. Un figlio che ama sua madre, che la ringrazia ogni giorno per il dono della vita, ma che oggi si sente impotente davanti a una sanità che, in certe condizioni, non riesce più a garantire nemmeno l’essenziale: la dignità della persona”.
La redazione resta a disposizione per eventuali repliche.
© Riproduzione riservata



